CONCLUSIONI

Il prezzo dell'oro, proprio per il ruolo millenario occupato da questa materia prima, è tenuto sotto stretto controllo da chi attua quelle politiche che verrebbero smascherate dalla sua repentina salita.

La presenza di imponenti posizioni ribassiste sull'oro nei principali mercati mondiali dei derivati, per un totale che supera 5 anni (cinque anni!) di produzione del metallo, lascia intendere che c'è qualcuno che proprio non può permettersi che LA moneta salga troppo rispetto ai soldini fiduciari che usiamo nella vita di tutti i giorni.

Questa enorme posizione in vendita ammonta a circa 10-15.000 tonnellate: non si tratta solo di oro fisico dato in leasing dalle Banche Centrali alle cosidette Bullion Banks - aumentando di fatto l'offerta di metallo e deprimendone il prezzo -, ma di futures ed opzioni che vengono regolati poi per contanti. Chissà cosa succederebbe se i detentori della posizione in acquisto non si accontentassero più della carta colorata ma pretendessero, com'è nei loro diritti, la consegna fisica del oro.

Da anni ormai, la domanda di oro fisico è maggiore dell'offerta di metallo estratto dalle miniere (nel caso dell'argento le proporzioni sono ancora più estreme). Questo divario viene attenuato in parte dalla vendita delle riserve auree delle Banche Centrali che però, come sanno bene gli inglesi, può avere controindicazioni politiche: 395 tonnellate d'oro britannico (cioè dei contribuenti) è stato svenduto a prezzo di saldo fra il 1999 ed il 2002 con una perdita che, per ora, si aggira intorno a 1.6 miliardi di sterline.

La stessa enfasi posta dai mass media nella celebrazione dei "nuovi massimi" raggiunti dall'oro dopo 25 anni non ha senso.
Dire che i 550 $ all'oncia di oggi hanno lo stesso valore del 1981 è grossolanamente sbagliato e spinge l'osservatore distratto a ritenere che, giunto così in alto, l'oro sia ormai destinato a scendere.
In realtà, nel 1981, il potere d'acquisto di quei 550 $ era almeno il doppio di adesso: il reddito mediano negli Stati Uniti era di 18 mila dollari, la stessa cifra oggi è al di sotto della soglia di povertà per una famiglia di quattro persone. Il prezzo mediano di una casa era di circa 76 mila dollari: oggi non bastano nemmeno per comprare un pezzo di nuda terra. L'automobile media costava intorno ai 7 mila dollari che oggi comprano uno scooter.

La perdita di valore del biglietto verde è la conseguenza diretta dell'inflazione: nell'ultimo quarto di secolo la produzione di "fiat currencies", le monete emesse per il solo volere dello stato, è cresciuta circa del 7% annuo mentre quella dell'oro dell'1%. Se utilizziamo un grafico che tenga conto di questo anziché riferirci ai valori nominali come fanno i mass media, il quadro cambia in modo drastico.

Ecco l'andamento del prezioso metallo in termini reali, cioè in dollari attualizzati al 2006. Come deflatore è stato usato il CPI americano che, com'è noto, viene modificato apposta per sottostimare l'inflazione: il risultato è quindi conservativo. Con un deflatore realistico, i valori sarebbero ancora più eclatanti.


Fonte: www.zealllc.com


Per poter parlare di oro ai massimi da 25 anni bisognerebbe vederlo, come minimo, sopra i 1.250 $, a meno di non trascurare per ignoranza l'effetto che l'espansione della massa monetaria ha avuto sul valore del denaro dal 1981 ad oggi o, magari, voler scoraggiare il piccolo investitore, allontanandolo da un mercato promettente con la scusa che ormai è già arrivato alla vetta.

Tutto questo non continuerà per sempre. L'attuale sistema è imperniato sulla fiducia e, nel momento in cui questa verrà a mancare, non ci sarà Banca Centrale abbastanza potente per fermare la fuga precipitosa dalle monete di carta verso beni più adatti a conservare valore nel tempo. E' già successo varie volte nella storia e questa non farà eccezione.

Mentre è di certo impossibile prevedere il momento esatto della crisi di fiducia nel sistema monetario internazionale è altrettanto sicuro che, monitorando le molte variabili macroeconomiche che ne sintetizzano l’evoluzione, si possa seguire il progredire della situazione e preservare il potere d’acquisto dei propri risparmi, mettendoli al riparo dalla repentina svalutazione tipica delle fasi finali dei processi inflazionistici.