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Questa pagina raccoglie l'Analisi Tecnica di diversi mercati fra cui, in particolare, Oro, Argento ed i cross Forex fra dollaro, euro e yen per confrontare l'andamento delle due materie prime selezionate dall'uomo, nei secoli, come moneta per eccellenza, rispetto alle principali monetine fiduciarie di oggi.

Gli aggiornamenti verranno pubblicati senza scadenze fisse, in funzione di particolari condizioni di mercato.

Charts courtesy of StockCharts, ProRealTime and NetDania.



13 aprile 2008, ore 18.53

Continuano gli allarmi sul fronte "inflazione" benché le spiegazioni sull'origine di tale "fenomeno" lascino molto a desiderare. A tenere banco ora è l'aumento vertiginoso del prezzo dei cereali, strillato in prima pagina insieme alla "grande preoccupazione" suscitata dall'impatto che questo avrà sui paesi più poveri.

A parte i soliti riferimenti generici al "caro vita" e la consueta inversione causa/effetto fra inflazione ed aumento dei prezzi, nulla si riesce a reperire sui media circa l'aumento della massa monetaria all'origine del fenomeno.

La "preoccupante" inflazione al 3.6% annuo è in realtà, secondo i dati comunicati dalla stessa BCE, ormai comodamente oltre il 10%. Certo, si tratta di due concetti di "inflazione" diversi. Quel 3.6% è riferito agli indici edulcorati, filtrati e rimaneggiati prodotti dagli uffici statistici. L'11.4% (medio annuo) di crescita della M3 calcolato sul trimestre dicembre 2007 - febbraio 2008 è invece il dato nudo e crudo che esprime l'aumento dell'aggregato monetario più ampio.

E' ovvio, nella sua disarmante semplicità, che se si aumenta il denaro circolante del 10% da un anno all'altro senza che l'offerta di beni e servizi cresca altrettanto, l'incremento non compensato dallo sviluppo reale dell'economia, si tradurrà in una semplice svalutazione della moneta.

L'enormità di fattori che concorrono a determinare il risultato finale di tale processo rende impossibile stimare in modo esatto l'impatto dovuto alla differenza fra aumento della massa monetaria e crescita dell'economia ma è possibile rendere l'idea in modo molto chiaro e corretto con una semplificazione grossolana: per non riversarsi sui prezzi, l'aumento della massa monetaria dev'essere al massimo pari all'aumento di beni e servizi.

Se l'economia cresce del 2% e la massa monetaria del 10%, si può semplificare, senza timore di cader troppo lontano dalla realtà, ed affermare che la perdita di potere d'acquisto del denaro circolante è stata dell'8% nel periodo preso in considerazione.

Un'analisi grafica rende l'idea meglio di molte parole.
Più in basso c'è il Dow Jones, l'indice più politico del mondo, da fine 1990 ad oggi. Si può notare tutta la salita genuina degli anni '90, non a caso confermata dalla ratio dow/gold, in costante e prodigiosa salita per tutto il decennio.

Fra fine '99 e metà 2001 però il rapporto fra il venerabile indice borsistico americano e l'oro ha oscillato violentemente intorno ai propri massimi storici assoluti per poi invertire il trend ed incominciare la discesa. La ratio ha continuato a franare miseramente anche se il Dow Jones ha ripreso a salire nel 2003, smentendo questa volta la reale bontà della nuova "bull run" azionaria.

Osservando i volumi si può notare facilmente cos'abbia alimentato la crescita di questi ultimi anni. Basti pensare che allo scoppio della bolla speculativa del 2000, venivano scambiati in un mese circa 4 miliardi di azioni delle 30 società che costituiscono il Dow Jones. Nel biennio precedente i volumi erano rimasti intorno ai due miliardi e solo nel 1997 il loro numero superò la fatidica soglia del miliardo di pezzi.

A gennaio 2008 i volumi hanno polverizzato ogni record, sfiorando quota 19 miliardi: quasi 10 volte il livello medio del biennio conclusivo di quella che è passata alla storia come la più grande mania azionaria collettiva.

Conoscete qualcuno che investe in azioni una decina di volte ciò che deteneva a fine 1999? Cinque volte? Due?
Da dove viene il fiume di denaro che ha continuato a riversarsi sulle borse?

Nonostante questa vera e propria salita forzata e l'andamento parabolico dei volumi, il valore REALE del Dow Jones è crollato e si trova oggi ben più in basso del 2002. Per dare un'idea degli ordini di grandezza di cui stiamo parlando, il grafico successivo mette a confronto l'andamento di acciao, oro, S&P500 e dollaro negli ultimi 5 anni.

Le materie prime, disponibili in quantità finite, hanno reagito nell'unico modo possibile all'espansione della massa monetaria: il loro prezzo è esploso verso l'alto.

Come ormai d'abitudine, ecco il calcolatore dell'"inflazione" proposto dal Bureau of Labor Statistics statunitense utile per misurare l'entità ufficiale della svalutazione del dollaro dalla nascita della Federal Reserve nel 1913 ad oggi.









Metalli, preziosi e non, chiudono la settimana ancora in fase riflessiva, a parte l'alluminio che riesce a mettere a segno un dignitoso guadagno. D'altro canto, è così ampio e disarmante il ritardo accumulato da questo metallo rispetto ai suoi cugini che nulla ci sarebbe da meravigliarsi se lo recuperasse almeno in parte con performance fenomenali.

Dopo il BUY sul settore metalli preziosi del 24 e del 31 agosto indicato dalla freccia verde, abbiamo mediato in guadagno la settimana successiva al crollo, intorno alle quotazioni recenti.

Gli sviluppi più verosimili ci sembrano quelli evidenziati in rosso ed in verde, con una decisa preferenza per il secondo: due probabilità su tre contro una del primo scenario.

Se l'oro dovesse fare nuovi massimi liquideremmo tutte le posizioni speculative cercando, senza troppa ansia, avidità e precisione, le quotazioni migliori. Se invece il massimo relativo fosse ormai sul grafico e continuasse la correzione potremmo decidere di consolidare le ultime porzioni speculative, unendole a quelle di lungo periodo e rimandando la liquidazione di alcuni anni.

















Ottima invece la performance degli idrocarburi nella settimana appena conclusa. Chi ha shortato il petrolio intorno a 100, basandosi sulla lettura dei livelli paradossali di ipercomprato denunciati dai grafici, ignorando però le ragioni fondamentali alla base della crescita continua del suo prezzo, si trova ora in una situzione difficilissima, esposta fra l'altro ai rischi geopolitici insiti nelle quotazioni del prezioso idrocarburo.





























Sul fronte borse, la settimana difficle per lo S&P500, il settore bancario e gli homebuilders viene letta da alcuni come conferma del trend a scendere, nient'altro che interrotto nelle ultime settimane.

Sembra versoimile invece che si tratti solo di uno scrollone naturale nel contesto di elevata volatilità tipico di un'inversione di tendenza: il movimento continuerà nel complesso verso l'alto, pur alternando settimane molto negative a quelle positive.

C'è comunque poco da aspettare per verificare chi abbia ragione: la situazione è cruciale e la posizione ormai matura, di qui, a nostro avviso, o si scende o si sale e noi propendiamo per la seconda ipotesi.













Anche il dollaro chiude la settimana quasi invariato, in attesa di decidere se continuare l'interminabile discesa o invertire il trend, almeno sul medio periodo. Anche qui ci sembra più verosimile la seconda ipotesi.







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