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Questa pagina raccoglie l'Analisi Tecnica di diversi mercati fra cui, in particolare, Oro, Argento ed i cross Forex fra dollaro, euro e yen per confrontare l'andamento delle due materie prime selezionate dall'uomo, nei secoli, come moneta per eccellenza, rispetto alle principali monetine fiduciarie di oggi. Gli aggiornamenti verranno pubblicati senza scadenze fisse, in funzione di particolari condizioni di mercato. Charts courtesy of StockCharts, ProRealTime and NetDania. 17 novembre 2008, ore 07.20 "Sostenere l'economia globale, stabilizzare i mercati finanziari." Ecco la ricette concepita durante il fine settimana dai maggiori leader mondiali: una nuova Bretton Woods, un nuovo ordine finanziario mondiale che metta fine al panico, ripristini il "normale" funzionamento dei mercati, dia nuova fiducia alle banche e al pubblico, garantisca maggiori controlli e regolamentazioni più efficaci. In pratica, un nuovo, mastodontico, intervento coordinato di tutte le maggiori economie - comprese quelle dei principali paesi emergenti - volto a innondare di liquidità, ancor di più, l'economia globale. Non c'è solo questo, è vero. S'è parlato anche di regole più pregnanti per i mercati over the counter e di riduzione del debito (e quindi della leva finanziaria) ma le prime, in quanto imposte dall'alto, sono per definizione inefficaci (nella migliore delle ipotesi) e la seconda è in aperta contraddizione con l'aumento della massa monetaria, che è debito per definizione. Ci si ostina a discutere di piani da svariati miliardi di dollari per salvare un settore piuttosto che l'altro: ieri le banche, poi le assicurazioni, oggi le auto e domani chissà. Nessuno - quasi nessuno - si sofferma però sul fatto che questi soldi da qualche parte devono venire e il luogo d'origine prediletto sono le tasche dei contribuenti. Salvare un'azienda spacciata dal mercato con denaro pubblico equivale a tassare ogni singolo cittadino, esattamente come è avvenuto per anni con la nostra Alitalia: perché deve rimanere in vita un'azienda che non riesce a coprire i propri costi esorbitanti con il frutto della propria attività? Non certo per motivazioni industriali. Aziende di questo tipo vengono preservate dall'estinzione per motivi politici che nulla hanno a che vedere con la redditività. Ma un'azienda non è un partito, o almeno non dovrebbe esserlo. Un'azienda è un organismo che ha la sua giustificazione essenziale nella capacità di produrre valore. Se oltre che padroni attraverso le partecipazioni dello stato (e quindi della collettività) ne fossimo anche reali amministratori, che fine avrebbe fatto Alitalia? Se anziché in modo indiretto e non rilevabile, avessimo dovuto ogni anno prendere delle banconote dal nostro portafoglio per dedicarle alla copertura dei buchi in bilancio del vettore aereo di bandiera, rinunciando magari al telefonino nuovo, ad alcune serate al ristorante o a chissà che altro, l'avremmo fatto davvero?! Se ogni anno ci avessero chiesto in modo esplicito di tirar fuori 50, 100 o 1.000 euro (la cifra dipende dalla nostra dichiarazione dei redditi), per salvare ancora una volta un'azienda incapace di stare sul mercato con le proprie forze, cosa avremmo fatto? Probabilmente nessuno, a parte i diretti interessati ai diversi livelli, avrebbero tirato fuori un solo euro. E di sicuro, una volta comparse le compagnie low cost anni fa, avremmo capito che il modello di business di Alitalia era spacciato definitivamente e avremmo smesso di finanziare le sue perdite. Avremmo risparmiato il fiume di miliardi che ci è costata in tutti questi anni un'azienda che è stata sul mercato con le nostre forze anziché le proprie. Tutti questi interventi distorsivi vanno in un'unica direzione: aumento della liquidità per sostenere le quotazioni e ridistribuire il reddito. Esso migra da coloro che sono più lontani dalla fonte della sua produzione (le banche centrali) a quelli che le stanno più vicini e cari. Nonostante il crollo apocalittico delle quotazioni di tutte le materie prime negli ultimi tre mesi, questi interventi lavorano in un'unica direzione, prezzi più alti nel prossimo futuro perché l'aumento della quantità di denaro in circolazione non può che deprimerne il valore. Non bisogna affidarsi alle quotazioni nominali, già depresse all'inverosimile, ma a quelle reali (dedotta l'inflazione - cioè l'aumento della massa monetaria - al netto dell'espansione effettiva dell'offerta di beni e servizi), ancor più basse. I prezzi attuali di molte commodities sono a livelli insensati. I produttori stanno già tagliando la propria offerta: a questi prezzi, semplicemente, non intendono vendere né è vantaggioso sostenere i costi per estrarre preziose materie prime dalla crosta terrestre e portarle su un mercato tanto ingrato. Questa realtà è già evidente nel disallineamento macroscopico presente fra il mercato dei dervati e quello reale: provate a farvi fare un preventivo per comprare una moneta d'oro e calcolate la distanza fra la quotazione ufficiale e quella vera. Non potrà durare a lungo. Come ormai d'abitudine, ecco il calcolatore dell'"inflazione" proposto dal Bureau of Labor Statistics statunitense utile per misurare l'entità ufficiale della svalutazione del dollaro dalla nascita della Federal Reserve nel 1913 ad oggi.
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