Per investire con successo, la scelta dei tempi è fondamentale anche in un settore in crescita.
Comprare nel momento sbagliato può significare infatti entrare in un mercato ipercomprato, giunto in prossimità dei massimi relativi dai quali, inevitabilmente, dovrà ritracciare per compensare gli eccessi tipici delle fasi estreme, nel perenne movimento non lineare dei mercati.
In questa pagina vengono aggiornati ogni fine settimana i grafici degli ultimi 36 mesi di oro, argento, dollaro, euro e yen per confrontare l'andamento delle due materie prime selezionate dall'uomo, nei secoli, come moneta per eccellenza, rispetto alle più importanti monetine fiduciarie di oggi. L'ultimo grafico invece è dedicato ogni settimana ad un mercato diverso, ritenuto particolarmente interessante o significativo.

Charts courtesy of StockCharts.com

3 NOVEMBRE 2006

Questa settimana daremo uno sguardo molto più ampio del solito ai mercati, facendo riferimento alle candele mensilli degli ultimi dieci anni in modo da definire il quadro di insieme, di solito ignorato in tutte le analisi. Solo per l'oro verrà prodotta anche la consueta analisi settimanale.

L'oro reagisce con forza alla protratta debolezza del dollaro e sfonda senza mezzi termini la resistenza dinamica che l'ha tenuto intrappolato negli ultimi mesi.
Vedremo a breve se si tratta dell'ultima trappola o se il prezioso metallo abbia davvero rimesso la prua verso l'alto, per sfidare i massimi di maggio e proseguire verso nuove mete.

Se così fosse, i nostri ordini d'acquisto fissati più in basso sarebbero rimasti inevasi, costringendoci ad aprire più avanti, a prezzi maggiori. Aprire ora, in ogni caso, non fa parte della nostra strategia che prevede l'acquisto sulla massima debolezza piuttosto che all'inizio del rinnovato vigore.

Sul grafico mensile sono evidenziati in rosso i ritracciamenti di tutta la bull run iniziata ad aprile 2001 ed in verde, quelli dell'ultima salita da maggio 2005 a quello passato.
E' facile notare come dopo l'orrenda candela mensile di maggio, l'oro abbia corretto pochissimo: anche per questo continuiamo ad aspettarci - a breve - ancora qualche debolezza. L'area fra 500 e 550 è ricca di importanti supporti ed è lì che aspettiamo il metallo giallo per aprire nuove posizioni.

Tutto questo, è ovvio, con riferimento al breve periodo: in una prospettiva NON speculativa ma di lungo periodo, ai livelli attuali di prezzo l'oro e' un ottimo affare.

Questo mercato rimane ancora elitario ed esclusivo, non c'è traccia di quella mania popolare che è l'ingrediente necessario e finale - se la storia insegna - per concludere al meglio la ricetta e permettere ai pochi di scaricare sui molti un bene ormai selvaggiamente sopravvalutato. D'altro canto, nonostante l'enfasi posta dai mass media nel parlare di oro ai massimi da 25 anni, siamo ben lontani da fine corsa. I 730 $ del 1980 (il "record" tanto celebrato dai media) equivalgono oggi, secondo stime MOLTO prudenziali, a più di 1.700: rispetto a 25 anni fa, l'oro oggi non vale nemmeno la metà.





Buona settimana anche per l'argento benché inferiore a quella dell'oro. Sul grafico mensile questo inizio di novembre non ha ancora intaccato la resistenza dinamica e questo rimanere arretrato del più volatile e vigoroso metallo bianco è fra gli elementi che ci consentono di sperare che la correzione non si sia ancora esaurita e che, nelle prossime settimane, si presentino occasioni d'acquisto migliori di quelle attuali anche se, come sempre, occorre ribadire che quanto detto è riferito solo a chi specula con un orizzonte temporale fra i 6 ed i 18 mesi.

Sul lungo periodo l'argento è ancora più sottovalutato dell'oro ed è quindi un ottimo e solido asset per porre almeno una parte dei propri risparmi al riparo dall'inflazione monetaria che sta erodendo il potere d'acquisto del nostro denaro.

La bull run del metallo bianco non viene corsa solo contro le inflazionate monetine cartacee dei nostri giorni ma contro sfidanti ben più tangibili e performanti come l'oro stesso.



Il dollaro mette una pezza ad una settimana durissima nelle ultime ore di venerdì, proprio in corrispondenza del supporto che l'ha sostenuto fin da aprile. Ciò che colpisce di più su un grafico di lungo periodo sono la regolarità e la forte inclinazione del trend in discesa iniziato nel 2002. Confrontato con la salita precedente, si nota subito come questo crollo sia ben più deciso e netto, dando l'idea di un processo di diversificazione imponente, a livello mondiale, a scapito di una valuta di riserva sempre più inflazionata e poco gradita.

Il secondo punto, non meno importante, è che il trading range strettissimo (ancor più evidente nel caso dell'euro) ha ormai abituato il pubblico a movimenti di ampiezza minima, storicamente rari e per nulla significativi rispetto ai trend. Questo tipo di andamento porta le mani deboli a mollare la presa (in entrambe le direzioni) prima che il mercato prenda una direzione decisa e sostenuta: non entreranno più, se non nella direzione sbagliata, leggendo sui propri indicatori di breve livelli estremi tarati sul mercato fermo dei mesi precedenti e del tutto inadatti ad una fase potente e direzionale come quella che, verosimilmente, si sta preparando.

Lo yen è in prossimità di un forte supporto di lungo periodo. Per riuscire ad aiutare il dollaro nella difficile sfida che lo aspetta dovrà riuscire a sfondarlo per tornare a visitare livelli ormai abbandonati da anni.







IL GRAFICO DELLA SETTIMANA

Questa settimana il grafico è dedicato al Dow Jones, o meglio al curioso fenomeno accaduto ai volumi di contrattazione di questo venerabile indice borsistico negli ultimi quindici anni.

Il grafico è più ricco del solito ed occorre quindi analizzarlo con maggiore attenzione per distinguere tutte le informazioni in esso contenute.
Il DJ è rappresentato con candele mensili, dal gennaio 1991 alla chiusura di ottobre 2006. Le linee continue in giallo, nero e rosso descrivono l'andamento delle tre principali materie prime del giorno d'oggi: oro, petrolio e rame, indice perfetto dell'andamento globale della produzione, presente in manufatti basilari e diversissimi come le case, le auto o i pc.
In basso, i volumi mensili sono rappresentati insieme alla loro media mobile a 12 periodi (linea blu) per rendere più immediata la lettura della media annuale; sono inoltre racchiusi in tre rettangoli verdi, aventi per base periodi di tempo ritenuti significativi e per altezza il valore della media mobile alla fine degli stessi.

L'osservazione più immediata riguarda la crescita dei volumi da un rettangolo all'altro.
Per tutta la bull run dal 1991 al 1997 il numero di azioni del Dow Jones passate di mano è cresciuto costantemente, portando la media annuale dai 500 milioni al miliardo di pezzi in circa sei anni.
Tutto normale, una crescita naturale dei volumi unita all'andamento crescente delle quotazioni, senza ancora fenomeni di mania popolare: la bolla azionaria doveva ancora gonfiarsi e il DJ veleggiava tranquillo e solido intorno a 6.500 a fine 1996.
Nel triennio 1997-1999 i volumi si impennano all'improvviso, tanto che la media mobile passa, in soli tre anni, da un miliardo a 2 miliardi di pezzi: un incremento del 100% in soli tre anni, la metà del tempo necessario per il raddoppio precedente.

Fin qui però ancora nulla di strano: è proprio così che funzionano le bolle speculative ed è naturale che certe dinamiche accelerino sul finale, quando il grande pubblico ignaro fa a gara, avido e felice, per finanziare con le proprie perdite i guadagni di chi è entrato al momento giusto anni prima ed ora, avido e felice, vende agli ultimi arrivati.

Quello che invece non ha nulla a che vedere con la normalità è ciò che è avvenuto dal 2000 ad oggi, dopo lo scoppio della bolla speculativa. I volumi sono letteralmente esplosi, tanto che la media annuale oggi veleggia, ripida, a quasi 9 miliardi di pezzi.
Al posto della graduale discesa dei volumi verso i livelli dei primi anni '90 a seguito della fine del mercato toro e del vero e proprio bagno di sangue (quasi il 50% per il DJ, addirittura un paradossale 80% per il NASDAQ) a danno del grande pubblico, il numero di azioni scambiate s'è triplicato quasi istantaneamente, per poi continuare a crescere, con regolarità, fino ai recenti nuovi massimi.

Quest'assurdo mare di liquidità è ciò che ha sostenuto un indice troppo importante perché potesse cadere: in un sistema fduciario la fiducia del pubblico è l'unica risorsa indispensabile.

L'effetto collaterale è stato quello di aver pompato così anche il prezzo dei beni indispensabili - non inflazionabili - su cui il mondo basa oggi la propria economia. Oro, Petrolio e Rame avevano raggiunto le quotazioni minime già nel 1999, pochi mesi prima dello scoppio della bolla e della conseguente innondazione di liquidità necessaria a rallentarne la discesa - fino ad invertirla - e grazie alla quale la loro crescità s'è moltiplicata in modo quasi inverosimile.

Ignorare l'effetto dell'espansione monetaria porta a tragici errori di valutazione: i recenti massimi del Dow Jones appaiono un inno alla debolezza anche se, di certo, staranno richiamando nuove frotte di ultimi arrivati ansiosi di sgomitare pur di perdere i propri risparmi.

Il secondo grafico dipinge in modo chiaro le reali fattezze del mercato toro e di quello orso del Dow Jones, dal 1991 ad oggi. Il dollaro, gradito ospite, è rappresentato come una linea verde.

Se i recenti guadagni delle materie prime vi sembrano tanto esagerati da non essere sostenibili, questo oceano immenso di liquidità in continua espansione può dare spiegazioni molto utili.





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